venerdì 24 aprile 2026

BRUCE NAUMAN: CHI RESISTE AI FALLIMENTI DI UN CLOWN?

  • Un clown urla incessantemente la parola “no” mentre salta, scalcia o si sdraia 

 • Un clown fatica a tenere in equilibrio una boccia per pesci sul soffitto con il manico di una scopa 

 • Un clown apre ripetutamente una porta su cui è stata piazzata una trappola con un secchio d’acqua che gli cade sulla testa; 

 • Un clown soccombe al terrore di una filastrocca ripetuta incessantemente

Queste sono quattro delle azioni che scorrevano in loop nei sei video proiettati nella sala di Clown torture, installazione di Bruce Nauman del 1987, composta da quattro schermi e due grandi proiezioni che narravano quattro brevi storie drammatiche di un clown tutte interpretate dall'attore, Walter Stevens.

Si veda qui un frammento di video realizzato da uno spettatore 

Il clown è un personaggio del circo che, per tradizione, fallisce: inciampa, cade, compie gag che, proprio per via della loro mal riuscita, fanno ridere la gente.  Già Fellini aveva sottolineato nel film documentario I Clown del 1970 la tristezza e il profondo disagio causato dalla figura del clown circense. Le voci del clown , le sue urla e i rumori si sovrappongono in una cacofonia insopportabile: e il problema è come resistere a tale tortura senza fine : ma chi subisce la tortura ? Il clown oppure il testimone, lo spettatore? 


giovedì 23 aprile 2026

Adrian Piper, strategie di resistenza al pregiudizio

Artista intellettuale, filosofa kantiana, autrice di saggi sull’arte, Adrian Margaret Smith Piper (New York,1948) concentra da sempre il suo lavoro sui temi identitari relativi e sulla resistenza ai pregiudizi nei confronti dell’ “altro”: siano essi connotati dal genere, dalla razza, dalla dimensione sociale, agli stereotipi. Si legga qui un pezzo interessante di David Velasco pubblicato su Forum. Da notare la sua dura protesta e richiesta di cancellazione nel 2013 della sua biografia su Wikipedia, che la stigmatizzava, secondo un pensiero stereotipato, come artista impegnata, in quanto nera, in azioni anti-razziste. La biografia è stata sostituita e vien aggiornata ogni anno.  Questo il suo sito: http://www.adrianpiper.com/ che contiene diverse informazioni sulla sua carriera e vita di artista e filosofa. 

Adrian Piper, Catalysis III, 1970 (dettaglio di una foto di Rosemary Mayer. ) 

Adrian Piper, Catalysis IV, 1970, dettaglio foto di Rosemary Mayer. 

Le street performance anni ‘70 in America comprendono, tra le altre,  una serie di sette performance che prende il titolo di Catalysis. Si legga qui su The drama Review, una conversazione del 1972 tra l'artista e Lucy Lippard.  La catalisi è un fenomeno chimico in cui una sostanza, detta catalizzatore, modifica una reazione chimica, di solito aumentandone la velocità.  In questi primi lavori l'artista  assume travestimenti che la rendono inguardabile e inavvicinabile: attraversa la città, i bus e i grandi centri commerciali con uno straccio che le chiude la bocca, oppure porta in giro una borsetta traboccante di ketchup oppure ancora è maleodorante perché sporca di aceto, uova e latte: i passanti la guardano? la evitano? come la evitano?  modificano i loro comportamenti? In Mythic being, altra serie del 1973-75 incarna un suo sgradevole alter-ego, mettendosi  una parrucca e baffi e assumendo un’identità maschile sgradevole, ostile con cui sfida gli stereotipi razziali dell'abbigliamento e comportamento.  Come rispondono le persone che incontra?

anni '80: Nel 1986 con le performance My Calling (Card) #1, My Calling (Card)#2, frequenta le gallerie consegnando  biglietti da visita in cui descrive la propria identità e il proprio statement.  Nella videoinstallazione  Cornered del 1988, posizionata in una posizione difensiva, accovacciata in un angolo dietro un tavolo rovesciato, l'artista si rivolge direttamente agli spettatori, illustrando loro la storia dei matrimoni misti in America e invitandoli a confrontarsi con sincerità con le proprie origini afroamericane.

Nel 2007 lascia gli Stati Uniti e si trasferisce a Berlino e mentre si trovava in Germania, Piper  viene a  sapere di essere stata inserita nella lista dei viaggiatori sospetti del governo statunitense. La sua forma di protesta – il rifiuto di tornare negli Stati Uniti – le è costata  la cattedra di filosofia al Wellesley College. Nell’introduzione al secondo volume del suo libro (ripubblicato nel 2013), Piper ha scritto di essere stata «delicatamente allontanata dagli Stati Uniti, delicatamente allontanata dalla mia cattedra di professore ordinario […] o da qualsiasi altro status residuo in quella gerarchia professionale». Questo fatto la ha indotta forse a ripensare la funzione del suo fare artistico, con il desiderio di incontrare il cosiddetto pubblico, rendere verbale ed estendere la sua domanda di "impegno" politico e etico alle persone. 

Nel 2015 riceve il massimo riconoscimento, il Leone d'oro alla Biennale di Venezia con The Probable Trust Registry, The Rules of the Game #1-3, ( 2013-2017), allestita precedentemente a Berlino all’Hamburger Banhof di Berlino. Nell’opera, che può essere considerate sia una installazione, sia una performance partecipata, perchè costituisce un allestimento scenico che ricorda gli stand di informazioni commerciali, con tanto di impiegati addetti al rapporto con il pubblico,  l'artista chiedeva ai visitatori di firmare un contratto con sé stessi in cui si impegnavano a rispettare una delle tre dichiarazioni scritte in oro sulle pareti: 

#1 I will always be too expensive tu buy 

# 2 I will always mean hat I say 

#3, I will always do what I say I am going to do 

Richiedeva una identificazione, un atto responsabilità, una scelta riguardante le proprie azioni, firmato in un contratto che sarebbe restato (e resta) presso l''APRA, la Fondazione Adrian Piper per 100 anni dalla firma. 

mercoledì 22 aprile 2026

Sopravvivere alla violenza sociale e politica: REGINA JOSE' GALINDO

Estoy Viva è la frase che le sobreviventes (le sopravvissute) ripetevano come un mantra, durante le loro testimonianze al processo del generale dittatore Efraín Rios Montt, condannato nel 2013 a ottant’anni di carcere per crimini contro l’umanità e per il genocidio degli indigeni maya- condanna poi annullata.
Il lavoro artistico di Regina José Galindo (Città del Guatemala, 1974), artista e poeta guatemalteca, esplora attraverso il corpo stesso dell’artista la violenza sociale politica e la resistenza vitale alle ingiustizie.

Del 2017 è la sua opera La sombra ( L’ombra), videoperformance commissionata e prodotta da Documenta 14 di Kassel . Qui una proiezione del 2019 a Palermo. https://www.youreporter.it/video/regina-jose-galindo-la-sombra/
"You can’t escape the horror
 he chases us 
it’s our shadow. (Regina José Galindo) 
Inseguita da un Leopard, carroarmato costruito dalle forze armate occidentali nel corso della guerra fredda, Regina José Galindo corre senza sosta.
 
Nel 2005  ha vinto il Leone d’oro alla 51° Biennale di Venezia con l’opera Himenoplastìa, una performance sul tema della verginità come imposizione istituzionale, in cui presentava in video un intervento di ricostruzione del proprio imene. 

 Tutte le sue opere, prevalentemente performance, sono documentate nel suo sito: https://www.reginajosegalindo.com/en/home-en/ 
Per approfondire, suggeriamo l’intervista online del 2019 a cura di Sara Benaglia e Mauro Zanchi su Doppiozero: https://www.doppiozero.com/resistere-dal-corpo


L’ultimo lavoro, siamo a fine aprile ’26, consiste nella sua partecipazione performativa - in occasione della Milano Art Week 2026 - ad un’opera allestita dalla Fondazione Emilio Scanavino e il Centro Artistico Alik Cavaliere in collaborazione con Prometeogallery di Milano, che consiste nella rimessa opera di Omaggio all’America Latina monumentale installazione concepita nel 1971 da Cavaliere e Scanavino per la XI Biennale di San Paolo. L’installazione di due artisti si presenta come una grande parete di circa cinque metri per tre, articolata in 156 riquadri, su ciascuno dei quali sono dipinte “ferite” color sangue, accompagnate dai nomi scritti a penna di vittime dissidenti dei regimi in America latina. Da ogni ferita “nascono” bronzi che hanno le forme di esili rami, a volte impediti nella crescita da suture metalliche. Commissionata nel 1971dalla Biennale di San Paolo, era stata rifiutata in quanto censurata dal regime del tempo, proprio per via della sua forza politica di protesta. L'intervento di Regina José Galindo, Homage to Latin America – VEILING di Regina José Galindo consiste in una performance in cui l’artista, coperta da un velo insanguinato giace immobile su un ripiano simile a quello di un obitorio: https://www.artapartofculture.net/2026/04/14/regina-jose-galindo-riattiva-omaggio-allamerica-latina/ 


L’opera di R.J. Galindo che espone una silenziosa resistenza del corpo  alla violenza politica è del 2003:  quien puede borra las huellas (chi può cancellare le impronte?), atto di denuncia in occasione della ricandidatura nello stesso anno del dittatore Efraín Ríos Montt, mandante di tanti omicidi nei confronti di civili. (nato nel 1926, l’11 maggio 2013, ottantasettenne, è stato poi condannato ad 80 anni di carcere per il genocidio compiuto nel 1982-83 nei confronti della comunità maya- condanna poi annullata dalla Corte Costituzionale del Guatemala.) 
 Galindo compì una camminata a Città del Guatemala, dalla Corte Costituzionale – che ne aveva accettato la candidatura- fino al Palazzo Nazionale del Guatemala, portando tra le mani una bacinella di sangue umano nella quale immergeva i suoi piedi. Con questo suo coraggioso lavoro, l’artista compiva un atto di protesta contro i responsabili dei crimini della guerra civile in Guatemala: le tracce di sangue non sarebbero rimaste invisibili come le morrti e le atrocità subite dalle vittime di violenze del regime criminale. 

Nel 2003 realizzava anche Proxemica
Entrava e si sigillava in un cubo chiuso di cemento di circa mt 2x2x2, dove restava in isolamento per una notte e un giorno, fino a quando ne usciva rompendo uno squarcio con martello e cacciavite.  

Nel 2021-2022 realizza la performance - fotografica Appariciòn,  una serie di azioni in cui torna sul tema del rapporto tra visibilità e invisibilità: le donne che hanno subito violenza, tema che accomuna il mondo intero, compaiono in città diverse cotto forma di spettri, figure coperte da un pesante mantello di silenzio che riappaiono in diverse città e vengono fotografate. 


venerdì 17 aprile 2026

LE METAFORE FISICHE DI FRANCESCA WOODMAN

 Come scrive Gerry Badger nella prefazione al libro di Isabella Pedicini Francesca Woodman-Gli anni romani tra pelle e pellicola (Contrasto 2012),  le foto di Francesca Woodman affrontano il suo “stare al mondo”. Ma si possono definire autoritratti le foto di questa artista? Lei stessa li definiva così. Tuttavia, oggi, nell’epoca in cui l’autoritratto è stato sommerso dalla banalizzazione del selfie, i suoi autoscatti sono piuttosto narrazioni. Acquisiscono un mistero e una autenticità performativa che, al di là dell’indiscusso e facile fascino sprigionato dalle opere di una giovane suicida, influenzano con la loro forte potenza visiva l’immaginazione di chi li osserva e aprono ad una riflessione sulla profondità della fotografia. Nelle sue foto c'è composizione di una scena fatta di oggetti, spazio, corpo in dettaglio e in posture. 

La maggior parte delle foto della Woodman raccontano la resistenza del corpo nello spazio: rannicchiata negli angoli, in atto di nascondersi allo sguardo di uno spettatore inesistente (spesso non vediamo il suo volto, coperto dai lunghi capelli o dalle braccia), oppure in pose difficili da mantenere a lungo. Lo spazio è per il corpo della Woodman un ambiente ostile, misterioso, mai solo sfondo, in cui gli oggetti raccontano storie. 

 Attratta da spazi disordinati, abbandonati, negletti e irregolari, la Woodman, americana di origine e vissuta prevalentemente in America, aveva frequentato la campagna toscana in vacanza con i genitori e poi tra il 1977 e il 1978 arrivò a Roma, dove ebbe luogo la sua maturazione artistica, per poi ritornare in USA dove si uccise nel 1981. 

F.Woodman, Autoscatto, 1978

Nel 1981 fu pubblicato Some desordered interior geometries, uno dei sei quaderni fotografici progettati quando si trovava a Roma. In questo libro d’artista la Woodman ha incollato le sue fotografie su un vecchio quaderno di esercizi di geometria che aveva trovato nella libreria Maldoror, una libreria-galleria e centro culturale attivo negli anni ’70 in Via del Parione (chiusa nel 1981) in cui la Woodman ha realizzò la sua prima mostra. Nel libro scriveva “Avevo l’idea di illustrare fisicamente metafore letterarie (the white lie) e di fare metafore fisiche per idee morali (la reputazione). E tuttavia, lavorando lentamente ad altri progetti, ho smarrito la particolarità di questa idea e sono venuta fuori con un gruppo di immagini che non illustravano nessun concetto specifico ma sono la storia di qualcuno che esplora un’idea […] seguiamo la figura che cerca di risolvere l’idea come se fosse un problema matematico e di inserirsi dentro l’equazione. La cosa che mi interessava di più era la sensazione che la figura, più che nascondersi da sé stessa, fosse assorbita dall’atmosfera, fitta e umida.

Woodman, Some desordered interior geometries, 1978

Qui si possono vedere le immagini del suo libro d'artista:  https://www.arsvalue.com/en/lots/554417/francesca-woodman-1958-1981-some-disordered-interior-geometries-1981

giovedì 26 marzo 2026

L'ARTE TRANSGENICA E LA BOITE EN VALISE DI EDUARDO KAC

Batteri di Escherechia coli al microscopio


Eduardo Kac è un artista e scrittore brasiliano che lavorat da quarant’anni sulle interconnessioni tra spazi, tra mondi, e tra specie, aprendo riflessioni sui rapporti tra arte, scienza e tecnologie. Si veda il suo sito, molto ben fatto e articolato. Con le sue opere, Kac indaga l'attuale evoluzione degli esseri viventi che  non è naturale, ma è frutto di un intervento umano che l'artista rende evidente attraverso l'utilizzo della manipolazione genetica e della  CFP, una proteina definita anche marcatore biologico, perché diventa fluorescente quando illuminata con luce blu (*vedi la nota in fondo al blog) Pur essendosi mosso tra le dimensioni micro e macro dell’universo e degli esseri che lo abitano, quindi tra una dimensione spaziale che contempla distanze satellitari e, dall’altro lato, nella prossimità tra gli esseri viventi fino alla dimensione microscopica di batteri, in questo post ci occuperemo solo delle sue opere concepite nella dimensione micro, attraversandole mediante le problematiche sollevate da quelle stesse opere. 

Kac, occupandosi di nuove tecnologie, scienza e arte, affronta la relazione tra campi diversi partendo dalla premessa del CODICE, cifra che appartiene a tutte queste discipline, pertanto sarà utile premettere, rispetto ai lavori successivi di arte transgenica, la sua concezione di traslazione dei linguaggi, espressa fin dagli inizi della sua carriera nel coniare nuove parole che fondono azioni diverse, come il termine  HOLOPOETRY, in italiano OLOPOESIA, parola coniata nel 1983, come molte altre successive.  (Olo è un suffisso derivante dalla parola greca ὅλος che significa tutto, intero). Si trattava di testi visuali che acquistavano significato solo mediante la partecipazione percettiva e cognitiva del lettore- osservatore: lettere che cambiavano colore attraverso la dimensione olografica e che si muovevano in uno spazio tridimensionale al di là della linearità e rigidità che caratterizza le lettere stampate. Fin da questa prima operazione, capiamo che l'artista sta lavorando sull'invenzione di nuovi linguaggi, sta orientando la sua ricerca sui codici.

 Oggetto principale del suo interesse è l’interattività: tra corpi, tra spazi, tra opera e utente. Secondo l'artista, l'odierno connubio tra biologia, robotica e digitale cambia la concezione che abbiamo del corpo, ma anche quello di vita biologica e sociale, ci avviamo verso una post biologia. 

In un suo scritto citato in un interessante articolo di Sabrina Comin a cui rimandiamo qui , Kac dice "La mia ricerca è sensibile a tutto ciò e allo stesso tempo spera di contribuire al passaggio verso una cultura post-biologica". 


GENESIS, 1988-89  

Primo lavoro transgenico dell’artista, commissionato da Ars Electronica 1998-99, prende avvio da una  frase della Bibbia, nel libro GENESI: "E che l'uomo domini sui pesci del mare e sugli animali del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra".  Kac compie qui un'operazione di traslazione, ovvero traduce questa frase dal linguaggio umano a quello "genetico" delle cellule. Per rendere possibile l'operazione, trasforma la frase biblica in un primo momento, in codice Morse, successivamente il  Morse nel codice del DNA.



Dittico inciso a laser e rifinito a mano su granito (50 X 75cm) 2001. 
Immagine reperita nel sito dell'artista, che indica il doppio processo di traduzione

Il DNA è una lunga molecola con struttura a pioli a doppia elica costituita da quattro componenti essenziali, le cosiddette basi azotate, che vanno sotto il nome di adenina (A), guanina (G), timina (T) e citosina (C). Ognuna delle due eliche del DNA è costituita da una combinazione di A, T, G, C.  Eduardo Kac utilizza le lettere iniziali della basi azotate facendo corrispondere il punto del codice Morse alla C, la linea alla T, lo spazio tra le parole alla A e lo spazio tra le lettere alla G. L’intera frase, tradotta nel linguaggio del codice genetico, consente a Kac di creare un gene sintetico e a questo punto entra  in gioco l'aspetto visivo, i colori. La luce UV condiziona infatti i colori di ciò che vediamo: per fare una sintesi comprensibile, diciamo che Kac introduce il nuovo gene all’interno di batteri di l’E.coli (*vedi nota in fondo al post) i cui geni sono dotati della proteina GFP, che diventa blu fluorescente se illuminata con UV. Successivamente dispone questi batteri di E.coli modificati insieme con altri non modificati che, illuminati da luce UV diventano verdi o ocra, mentre quelli modificati diventano blu.

Genesis, veduta dell'installazione al Ars Electronica, 1999

 Nell’installazione che Kac presenta al pubblico i batteri sono in un petri (*vedi nota in fondo al post) sopra ad un basamento trasparente, visibili al microscopio e ripresi da una piccola videocamera che rende possibile l’interazione con gli spettatori online e in presenza. Poiché gli osservatori hanno la facoltà di accendere o no la luce UV, vedendo con i propri occhi (o via web) le modificazioni dei batteri, si apre per loro un tema di scelta e di responsabilità nel condizionare l’esistenza di tali tali esseri viventi.

Cypher, 2009,  la foto è di Kac

CYPHER 2009 è l'ultima opera di arte transgenica realizzata da Kac, e che ci ha dato ispirazione per il titolo di questo post.

Nel 2009  crea un mini laboratorio portatile di acciao, contenente, in appositi mini-scaffali, piastre di Petri, agar, nutrienti, pipette, provette, DNA di E. coli sintetico modificato la cui sequenza codifica una Poesia appositamente creata dall’artista per quest’opera, una poesia transgenica. Si veda il link al sito dell’artista. Ovviamente l'artista sta citando la celebre Boîte en valise di Duchamp,  ma mentre per  quest'ultima  si trattava una mini mostra portatile in cui lo spettatore era in grado di rendersi in qualunque luogo uno spettatore miniaturizzato, il Box è un kit per uno spettatore in azione, che può interagire, quando lo desidera, con un'opera DIY, (acronimo di Do It Yourself) contenente anche il  libretto di istruzioni per l’uso. Qui può capire il meccanismo di creazione della poesia e la "creazione" di un nuovo codice visivo elaborata dall'artista: 

CYPHER, 2003 la poesia, la foto è nel sito dell'artista 


CYPHER, 2003, foto nel sito dell'artista 


queste due immagini spiegano il procedimento poetico di Kac: premesso che A, T, G , C, sono le iniziali delle basi azotate del DNA, l'artista vi inserisce 4 consonanti (D, K, W, L) e due vocali (E, I) che corrispondono alla moltiplicazione di basi azotate nel nuovo DNA. L'immagine sopra è quella della poesia visiva risultante.

NATURAL HISTORY OF THE ENIGMA (2003-2009)

Sviluppata tra il  2003 ed esposta nel 2009,  quest'opera ha vinto  nel 2009 il premio GOLDEN NICA AWARD Collection Weisman Art Museum, Minneapolis  Con questo lavoro Kac ha creato una nuova forma di vita vegetale chiamata Edunia, frutto di ingegneria genetica, le cui rosse venature esprimono, rispetto alle normali petunie in commercio, la presenza del DNA dell’artista: infatti il gene è stato isolato da una sequenza contenuta nel sangue dell'artista. L'intera operazione è un processo che comprende diversi lavori: l'installazione, da una serie di foto,  la creazione di contenitori di semi di Edunia, una serie di stampe litografiche legate ai contenitori,   una serie di dittici di  acquerelli e una litografia multilivelli della reazione a catena PCR di Edunia. (*vedi nota in coda a questo post) Come scrive lo stesso artista nel suo sito, "Natural History of the Enigma is a reflection on the contiguity of life between different species", quest'opera costituisce una riflessione sulla contiguità della vita tra specie diverse, drammaticamente esemplificata nella nuova Edunia, una petunia con vene rosso sangue.

THE EIGHT DAY 2002  Si possono Vedere qui le immagini, oltre al sito dell'artista. 

L'opera consiste in un ecosistema transgenico ed è un lavoro collettivo che l’artista ha realizzato grazie alla collaborazione con l' Arizona State University  dal 2001.  Si presenta come un piccolo ecosistema, in cui convivono topi, pesci zebra e piante di tabacco fluorescenti la cui mutazione genetica è stata ottenuta attraverso l’immissione della proteina GFP nel loro genoma. Tutti questi esseri viventi coabitano e interagiscono tutti riuniti in una cupola di plexiglgass larga circa 120 centimetri: accanto a questi vivi naturali, si muove un Biobot, ovvero robot con corpo di vetro con sei articolazioni robotiche all’interno del quale nuota una colonia di amebe Dyctyostelium discoideum, anch’esse fluorescenti, la cui particolarità consiste nel cambiare continuamente morfologia: le amebe sono infatti organismi unicellulari che presentano forma varia e non stabile, grazie alla loro capacità di estendere e ritrarre gli pseudopodi (cioè i loro "falsi piedi", estroflessioni temporanee utilizzate per il movimento ameboide e la fagocitosi).  L'artista decide che le amebe costituiscono il cervello motore del Biobot, poichè le loro modificazioni morfologiche comportano i movimenti del Biobot attraverso le sue articolazioni metalliche.  I visitatori potevano monitorare i movimenti delle amebe nonchè dell'intero ecosisstema presente nella cupola. Infatti, all’interno del corpo di vetro era presente  una telecamera, che inquadrava ciò che avveniva nel corpo stesso, ovvero la vita delle amebe, mentre un’altra telecamera osservava l'interno della cupola: questi due "occhi" consentivano ai visitatori di vedere in presenza e online l’opera attraverso l’occhio bifronte del Biobot. 

GFP BUNNY 2000  - ALBA 

E' l'opera più famosa dell'artista, perchè ha creato scalpore mediatico ed è stata censurata. Ne accenniamo solamente. Nel 2000 Kac inserisce un gene, contenente la proteina EGFP, (originariamente isolata nealla medusa Aequorea victoria e modificata) nel DNA dell'embrione di un coniglio albino, creando il coniglio Alba, che , quando è esposto alla luce UV diventa fosforescente . E’ l’opera più famosa di Kac e anche la più discussa, dal momento che implica la creazione di una vita animale che ha dimensioni e relazioni più evidenti con noi umani rispetto a un procariote. GFP Bunny va però considerato come un evento sociale complesso, costituito anche dal dibattito culturale che ha causato.

NOTE (riprese da Wikipedia e Google AI):

E. coli - Escherichia coli è un batterio gram-negativo, E' comunemente presente nel microbiota intestinale dell'uomo e degli animali a sangue caldo. Per identificare E. coli e altri batteri si usa la luce UV: infatti, sotto l'azione della luce UV, i batteri (spesso marcati con coloranti fluorescenti o che esprimono proteine specifiche come la GFP - Green Fluorescent Protein) emettono luce visibile, rendendoli distinguibili dal fondo. Sebbene la maggior parte dei ceppi sia innocua e utile alla digestione, alcuni possono causare infezioni intestinali (diarrea, colite) o extraintestinali, come le cistiti. 

CFP La Cyan Fluorescent Protein (CFP) è una proteina fluorescente, derivata da modifiche della classica Green Fluorescent Protein (GFP) della medusa Aequorea victoria. Emette una luce ciano (blu-verde) quando eccitata da specifiche lunghezze d'onda, rendendola uno strumento fondamentale nella ricerca biologica e biochimica per l'imaging cellulare.

La Green Fluorescent Protein (GFP), o proteina verde fluorescente, è una rivoluzionaria tecnologia di marcatura biologica che ha valso il Premio Nobel per la Chimica nel 2008 a Osamu Shimomura, Martin Chalfie e Roger Tsien. Questa proteina, isolata originariamente dalla medusa bioluminescente Aequorea victoria, emette una brillante fluorescenza verde se esposta alla luce ultravioletta o blu. Viene utilizzata come marcatore biologico per visualizzare processi in tempo reale, localizzare proteine all'interno delle cellule e studiare l'espressione genica .

Petri  contenitore circolare piatto, in vetro o plastica, dotato di coperchio, fondamentale in microbiologia e biologia per la coltura di microrganismi, cellule e tessuti su terreni agarizzati. L'agar è una sostanza gelatinosa naturale, estratta da alghe rosse, fondamentale nei laboratori di ricerca biologica come terreno di coltura - arricchito da nutrienti adeguati- per coltivare colonie di batteri e microrganismi.

PCR , tecnica di biologia molecolare che permette di amplificare (moltiplicare) rapidamente e selettivamente specifiche sequenze di DNA in vitro. Sviluppata da Kary Mullis (Premio Nobel 1993), permette di ottenere milioni di copie a partire da una singola molecola.


venerdì 16 maggio 2025

IL FUNAMBOLO E L'ARTISTA IN EQUILIBRIO SUL VUOTO : PETIT, KLEIN, MURESAN, DE DOMINICIS

Il corpo umano possiede il potere di reagire alla forza di gravità, all’inerzia e alla forza impressa, che sono le forze primarie del mondo fisico,  attraverso l'interazione tra due sistemi: il sistema propriocettivo che riguarda la propria posizione nello spazio ed enterocettivo, che si focalizza sulle informazioni provenienti dall'esterno.

Come gli altri sistemi sensoriali, il sistema enterocettivo si avvale di cellule specializzate (recettori) che in tale sistema sono localizzati nella maggior parte dei tessuti corporei: muscoli, ossa, pelle e organi interni. L’area cerebrale che riceve la maggior parte delle informazioni riguardanti l’enterocezione è la la corteccia insulare o insula,  che processa gli stimoli enterocettivi permettendoci di diventare consapevoli di ciò che sentiamo. L’enterocezione ci permette di provare molte sensazioni importanti che si possono distinguere in due categorie principali, stati corporei e stati emotivi: gli stati corporei comprendono le funzioni corporee basilari o le condizioni fisiche del nostro corpo come fame, sete, stimolo minzionale o evacuativo, dolore, eccitazione sessuale, prurito, solletico, temperatura corporea (sensazione di caldo/freddo), nausea, mal di testa, malessere, tensione muscolare. Gli stati emotivi, come rabbia, calma, imbarazzo, felicità, ansietà, tristezza, paura, stanchezza, rilassamento.   

Il sistema propriocettivo offre informazioni sullo spazio e tempo in cui ci si trova, e di ogni altro fattore, è responsabile dell’aspetto di un individuo e della sua organizzazione motoria. La maggior parte delle operazioni coinvolte nel guidare e nel controllare i nostri movimenti corporali sono inconsce. Non siamo consapevoli della maggior parte dei movimenti coinvolti nella nostra postura. Spesso sono movimenti abituali e automatici. Le sensazioni propriocettive sono raggruppate secondo la loro origine in varie parti dell’organismo in tre tipologie: 

A. Sensazioni cinestesiche, o di movimento, presenti in tutto lo scheletro e nelle strutture muscolari. provengono da numerosi terminali presenti nei muscoli, nei tendini, nelle articolazioni, nei legamenti, nelle ossa, nelle cartilagini in altri tessuti di supporto del sistema locomotore e ci rendono coscienti del movimento sia passivo che  attivo, di  resistenza o di pressione e delle relative posizioni delle parti del corpo.

B. La sensazione della propria posizione nello spazio deriva da sensazioni speciali presenti nella parte più profonda dell’orecchio ma che non fanno  parte del sistema del senso acustico. L'orecchio è infatti un vero e proprio organi diviso in tre parti: esterno, medio e interno. I primi due sono dedicati esclusivamente alla funzione uditiva, poiché raccolgono le onde sonore, le dirigono all'organo sensoriale e amplificano il loro effetto sui meccanorecettori. L'orecchio interno contiene i recettori dell'udito e dell'equilibrio. Questi organi sono localizzati in una camera ossea chiamata in labirinto o vestibolo e le sensazioni si chiamano vestibolari o labirintiche poichè registrano la posizione della testa e del corpo in relazione al pavimento e la direzione di movimento nello spazio. Due distinti organi sono coinvolti: gli otoliti e i canali semicircolari.  Gli otoliti (dal greco oto, orecchio e lithos, pietra) sono delle piccolissime formazioni di ossalato di calcio, ossia dei sassolini, presenti sulle cellule che rivestono l'orecchio interno, cioè la parte dell'orecchio situato all'interno del timpano. Equilibrio statico: Quando la testa si muove, gli otoliti e la membrana si spostano provovando la flessione delle ciglia delle cellule ciliate contenute nella membrana stessa, che trasmettono lo stimolo al nervo vestibolare che trasmette l'informazione al cervello.   Questo sistema costituisce il delicato apparato che permette di mantenere l'equilibrio e di orientarsi nel movimento e nella direzione. Equilibrio dinamico: corrisponde al mantenimento della posizione del corpo in risposta a movimenti improvvisi come la rotazione, l'accelerazione e la decelerazione.esso è affidato ai tre canali semicircolari, i quali sono orientati secondo le tre direzioni nello spazio e ciascuno dei quali ha una porzione ingrossata che si chiama ampolla all'interno della quale si trova un sistema di liquidi gelatinosi che, spostandosi determinano segnali che vengono trasmessi al nervo vestibolare. 


C. Le impressioni miste derivanti da gruppi di diversi organi interni come quello digestivo, escretorio, viscerale. 

PHILIPPE PETIT 

(AP Photo/Alan Welner, File)

THE WALK è un film del 2015 di Robert Zemeckis, con Joseph Gordon Levitt nei panni di Philippe Petit, il celebre funambolo francese che nel 1974 compì la traversata delle Torri Gemelle del World Trade Center su un cavo di acciao senza nessuna protezione. Qui una intervista con alcune clip delle sue sospensioni. Philippe Petit ha scritto un libro autobiografico nel 2002. Qui il trailer del film

La scheda su Yves Klein che segue è stata preparata da Sandro Canali: 

YVES KLEIN, LE SAUT DANS LE VIDE, 1960 
In questo lavoro, Yves Klein, in un sobborgo di Parigi,  si butta da un tetto di un palazzo a volo d’angelo. L’artista, in realtà,  plana su un telo sostenuto da 5 suoi amici judoisti (per molti anni si è pensato che fossero dei Vigili del fuoco). Ad assistere alla performance c’erano due fotografi, Harry Shunk & János Kender, che oltre a documentare l’atto con delle fotografie, hanno in seguito eseguito un fotomontaggio, togliendo il telo e le persone che lo sostenevano. Klein ha ripetuto la performance 9 volte. Nel tempo diversi artisti hanno fatto il reenactment di questa performance. 

 L’artista ha utilizzato il proprio corpo come strumento fondamentale e poi ha usato la fotografia che ha  documentato il lavoro dal vivo. Solo successivamente è stato eseguito un fotomontaggio della foto, togliendo il telo e le persone intorno. La foto è stata pubblicata su copie del  Journal du Dimanche, il 27 novembre del 1960, un quotidiano di quattro pagine, ispirato al vero «Journal du dimanche» e uscito in edicola per un solo giorno, insieme.   
Il tema centrale dell'opera è il vuoto, accanto al cadere, caduta, all'’illusione, alla sfida dei limiti umani. Non lo vediamo mai atterrare, ma resta solo, come un angelo,  sospeso nel vuoto, non lo vediamo atterrare.   Il performer usa tutto il corpo per l’azione, ma  ha una particolare attenzione a come dispone le braccia e il torace prima di saltare, perchè vuole dare l’idea dell’ascensione verso l’alto. Fa pensare all’affresco di Giotto nella Cappella dei Scrovegni a Ravenna e a Santa Teresa D’Avila a cui l’artista era fortemente devoto. 
L’artista sembra che sia perennemente sospeso nell’aria, così, vestito con una giacca, pantaloni e scarpe: quella che arriva al pubblico è un’azione congelata e ferma nel tempo. 
Il vuoto può contenere il suo corpo: non ci sono spettatori . L'unico spettatore sarà quello della fotografia, Yves Klein ne vuole colpire la percezione visiva, tramite il fotomontaggio. 
Sandro Canali suggerisce la lettura di questo articolo di Riccardo Venturi su Doppiozero. che apre un'interessante rifelssione su un significativo remake dell'opera compiuto dall'artista rumeno Ciprian Mureșan. 

Ciprian Muresan, Leap Into the Void – After Three Seconds,

Nel 2004 infatti Ciprian Mureșan, artista rumeno nato nel 1977,  ha realizzato un ironico e apparentemente tragico remake del celebre gesto kleiniano, intitolandolo Leap Into the Void – After Three Seconds, mostrata nel Project Space alla Tate Modern di Londra nel 2012, come parte della mostra Stage and Twist. Il corpo di Mureșan, giace a terra, il volo non è riuscito nel suo intento: non c'è santità, c'è solo il vuoto della sconfitta, del fallimento.  “Nella mia fotografia- afferma Ciprian Mureșan nel 2011 in un’intervista di Emily Nathan su Artnet – ho creato un mondo parallelo specifico per la Romania, che rappresentasse la situazione di un artista a Cluj nel 2004: a nessuno interessava l’arte. La differenza tra il mio mondo e il mondo che Klein rappresenta è incarnata in quei tre secondi tra il salto e la caduta”. L'equilibrio è perduto, non c'è alcuna speranza in quel vero paesino di vera campagna. 

Tentativo di volo è un breve video realizzato da  Gino de Dominicis di cui esiste anche una sequenza fotografica.  Il video, realizzato da Gerry Schum, inizia con le parole dell’artista, che afferma: “Forse perché non sono mai riuscito a nuotare ho deciso di imparare a volare.” L’artista, come un uccello, prova a partire dall’alto per essere avvantaggiato nella prima planata. Sbatte le braccia, prima lentamente poi sempre più deciso, si butta, ma ricade più volte per terra con un effetto deludente, ma soprattutto comico, ridicolo. Il video e le foto che ripetono in parodia l'ispirato Salto nel vuoto di Klein e "del suo proposito “immateriale” di oltrepassamento dell’arte.", come scrive Silvia Tomassi nel suo articolo Nessun salto è mai nel vuoto.  

giovedì 15 maggio 2025

SPOGLIARE – TRASCINARE – SOTTOMETTERE - UMILIARE - DISCRIMINARE

Si può provare a tracciare un disegno della situazione attuale della violenza sul corpo delle donne mediante la riflessione su alcune parole chiave contenute nel libro Contro ogni forma di violenza: la parola alle donne (appena pubblicato da Efesto ed.) che raccoglie gli atti del Convegno con lo stesso titolo del 3 dicembre 2024. In questo contesto, analizzeremo le opere sul e con il corpo di alcune artiste il cui lavoro ruota proprio intorno alle parole spogliata, trascinata, sottomessa, rosso sangue, discriminata, che ricorrono, spesso e tutte nei numerosi interventi del Convegno, descrivendo diverse situazioni in cui la violenza – non solo fisica, ma anche sociale, culturale –nel corso dei secoli è stata e viene tuttora ancora esercitata in tante forme proprio sul corpo femminile. 

SPOGLIATA – TRASCINATA – UMILIATA 

Pippa Bacca, Sposa in viaggio (2008)

Pippa Bacca, Sposa in viaggio (2008)

Bianco e rosso sono due colori che per secoli hanno simboleggiato la prima notte di nozze, il lenzuolo esposto con il sangue di una giovane sposa esposto alla comunità. Nel suo intervento al convegno Contro ogni forma di violenza, Antonio Passa racconta l’esperienza tragica della performance itinerante di Pippabacca, di cui cinquanta opere sono attualmente in mostra a Milano, Palazzo Morando, fino al 7 settembre 2025. 

Per ulteriori info su Pippabacca: https://www.iltascabile.com/linguaggi/e-di-pippa-non-mi-chiedi-nulla/

L’artista è stata stuprata e uccisa nel 2008 mentre percorreva il suo itinerario della performance Spose in viaggio nel corso della quale lei e la sua collega Silvia Moro, vestite solo di un abito da sposa, senza borse né valigie, ma solo con il corpo – abito, hanno percorso centinaia di chilometri dall’Italia verso la Turchia (il loro itinerario di pace era diretto a Gerusalemme) in autostop. Arrivate a Istambul, le due artiste si sono separate e date appuntamento a Gerusalemme, dove si sarebbe concluso il loro percorso.  Scrive Antonio Passa: "Pippa vuole portare in dono la libertà di essere rispettate in quanto donne. ". L’autostop, infatti,  pratica in voga a partire dagli anni ’70 dello scorso secolo, è un metodo di viaggio ormai obsoleto che comporta fiducia, coraggio, generosità, curiosità autentica nei confronti del prossimo. Il fallimento di Pippa, vittima di un uomo che l’ha trascinata fuori dal camion, stuprata e uccisa, ha permesso tuttavia di rendere pubblica una violenza che spesso è coperta dal silenzio, dalla vergogna, se non addirittura dalla colpa, dalla responsabilità di essersi esposta. A cosa? 

Elina Chauvet, Zapatos Rojos (2009- oggi)

Elina Chauvet, Zapatos Rojos (2009- oggi)

A Ciudad Juárez, città di frontiera nel nord del Messico, a partire dal 1993, centinaia di donne vengono rapite, stuprate e assassinate. Qui, dal 2009, Elina Chauvet, architetta, ha realizzato una installazione pubblica con 33 paia di scarpe da donna rosse, divenuta un progetto che, curato da Francesca Guerisoli, ha attraversato decine di città in Messico,in USA, in Italia, disseminando in spazi pubblici centinaia e centinaia di scarpe dipinte di rosso che testimoniano il sacrificio di tante donne uccise dai loro compagni. 

Ana Mendieta, Rape Scene, (Performance di uno stupro), 1973 

Ana Mendieta, Rape Scene, (Performance di uno stupro), 1973 

Ana Mendieta è stata una performer e attivista femminista di origine cubana, nata a L’Avana 1948 e morta a New York 1985.  Dal 1983 al 1985 ha vissuto tra New York e Roma, dove si è sposata con l'artista concettuale Carl Andre, otto mesi prima di morire, precipitando misteriosamente dal 34 piano durante una lite col marito (inizialmente arrestato, Andre fu assolto nel 1988 per mancanza di prove). Mendieta realizzò diverse performance intorno al soggetto dello stupro. In questa si  ispirò ad un incidente avvenuto realmente nel Campus dell’Universita del Iowa, dove una studentessa era stata stuprata e uccisa. Invitò pertanto amici e studenti nel suo appartamento in Moffitt Street nella città di Iowa, dove essi si trovarono di fronte alla porta dell’appartamento socchiusa, ed entrarono in una stanza buia con una piccola luce che limitava illuminava l’artista stessa, spogliata e distesa su un tavolo con sangue che scendeva dalle sue gambe. Mendieta più tardi disse in un’intervista quanto la morte della giovane l’avesse colpita e spaventata: identificandosi con la vittima, voleva rompere il codice di silenzio che voleva mantenere anonimi gli stupri, riducendoli a fatti personali, laddove invece sono piuttosto legati a situazioni culturali e sociali.

 

Ana Mendieta, Body Traks 1974 

Body Traks
1974 

Alcune di queste performance col sangue o pitture rossa erano private erano eventi filmati. Per Mendieta l’uso del sangue per fare tracce del corpo era un modo di purificazione e in più prendere il potere di affermare il suo status di artista femminile femmina hai penso che è un grande potere magico che il sangue ha un grande potere magico non lo vedo come una forza negativa. 

 Ana Mendieta, Untitled (Self-Portrait with Blood) |

SOTTOMESSA - FRUSTRATA 

MARTHA ROSLER,  Semiotics of the Kitchen 1975 

MARTHA ROSLER,  Semiotics of the Kitchen 1975 

L'artista americana Martha Rosler, afferma di avere voluto lavorare, in quest'opera,  su “la nozione di 'linguaggio che parla al soggetto' e alla trasformazione della donna stessa in un segno, in un sistema di segni, che rappresentano un sistema di produzione alimentare, un sistema di soggettività imbrigliata”. La semiotica del linguaggio culinario scopre un gioco linguistico che testimonia la violenza che ha costretto e ancora costringe tante donne confinate nelle pareti domestiche, in ruoli subalterni. Nel 2003, alla Whitechapel Gallery di Londra, in occasione di A Short History of Performance, Part II, Rosler ha indetto un bando per la riproposizione dal vivo di questo suo lavoro. Ventisei donne hanno partecipato a una performance a rotazione, sono state registrate e “trasmesse” su monitor televisivi in tutta la galleria attraverso una trasmissione in diretta. Barbara Kruger's Untitled (Your Body is a Battleground) (1989). 


VALIE EXPORT, Body Configurations (serie, 1976) 

VALIE EXPORT, Body Configurations (serie, 1976) 

Nata Waltraud Lehner VALIE EXPORT è nata nel 1940 a Linz, in Austria, ma all’età di ventisette anni ha deciso  di andare all’anagrafe per slegarsi dal cognome del padre prima e da quello del marito poi, optando per il suo nickname VALIE unito a EXPORT, che, oltre a ispirarsi al logo di una nota marca di sigarette austriaca, definisce l'artista come prodotto commerciabile. In questi lavori, l'artista, attuvista femminista, usa il proprio corpo per mostrare e denunciare, attraverso le posture e i gesti, la sottomissione del corpo femminile alle regole sociali. 


 DISCRIMINATA - DIRITTO AL RISPETTO 

 TC&A, Better Dead Than Dying,  2014.

 TC&A, Better Dead Than Dying,  2014. 

Il Progetto TC&A, The Tissue Culture &Art project ha sede a Perth, in Australia e ne sono responsabili Oron Catts e Inat Zurr. Oron Catts è un artista e Direttore del SymbioticA, Centro di Eccellenza per le Arti Biologiche, Scuola di Scienze Umane, Università dell'Australia Occidentale, mentre Inat Zurr è Docente senior di Belle Arti presso la Scuola di Design, Università dell'Australia Occidentale. Con il loro lavoro, i TC&A mettono in discussione le implicazioni filosofiche, culturali ed etiche relative alla vita e identità. L'opera in questione è realizzata a partire da una cellula HeLa,  appartenuta a Henrietta Lachs. La donna, che lavorava nei campi di tabacco della Virginia, così come i suoi antenati schiavi,  morì per un tumore, nel 1951 e i medici, senza preoccuparsi di chiedere alcun consenso, prelevarono un campione dei suoi tessuti e si accorsero ben presto di un fenomeno sbalorditivo, mai registrato prima nella storia della medicina: le cellule tumorali continuavano a crescere fuori dal corpo, in laboratorio.  Il suo corpo venne sepolto in una tomba anonima, ma sue cellule furono prelevate, coltivate in laboratorio e rese immortali per essere inviate dapprima gratuitamente poi a pagamento, creando un’industria miliardaria sulle sue cellule, a tantissimi laboratori in tutto il mondo per realizzare studi sul cancro, sulle malattie infettive e sulla biologia delle cellule umane. La storia della donna e della causa intentata dai suoi discendenti è narrata nel libro di Rebecca Skloot, La vita immortale di Henrietta Lacks (Aldephi 2011). 

Henrietta Lachs
Cellule HeLa

In Better dead than dying, le cellule HeLa sono state avvolte da una struttura polimerica che riprende la silhouette di Henrietta da una delle sue fotografie più note. Questa silhouette è collocata in un ambiente artificiale chiuso appositamente progettato che inizialmente agisce per sostenere la crescita delle cellule HeLa sulla struttura polimerica, che tuttavia è destinata a morire, poiché le cellule consumano i loro nutrienti e producono rifiuti che finiscono per trasformare il loro ambiente in una camera della morte.